La Sicilia 29 maggio 2005

 

«Polizzello e il suo mito»

 

 

Walter Guttadauria

Polizzello, ovvero la vita e le tradizioni del borgo e delle circostanti contrade ricostruita in un volume di Maria Sorce Cocuzza, instancabile ricercatrice di memorie storiche del territorio, con un impegno che l'ha già vista autrice di svariate opere dedicate soprattutto alla natia Mussomeli. Il volume (Edizioni Lussografica) è un ampia e dettagliata descrizione della storia di questo ex feudo, dove si fondono testimonianze di tempi lontanissimi, esperienze di vita del contado e cura degli animali, ricette e attività domestiche, dialetto e preghiere, aneddoti e leggende, canti e racconti: un'opera voluta da tanti abitanti che risiedevano nel borgo e nelle terre circostanti fino agli anni Settanta, e che pertanto ora diviene l'omaggio a una memoria comune per far sì che non si disperda.

«Polizzello e il suo mito» è il titolo del volume, che si apre con una descrizione di questo territorio, ubicato ad est del comune di Mussomeli, e della sua Montagna abitata dai Sicani fin dalla preistoria: un luogo pregno di storia, dunque, e che per questo stimola emozioni, oltre che una un'inesauribile serie di testimonianze legate a quel ricco sito archeologico. L'autrice passa quindi in esame le vicende della nascita del borgo rurale: promotore della costruzione e del popolamento di Polizzello fu il principe Pietro Lanza di Trabia, che per favorire ciò concesse in affitto il feudo lottizzato. Tra gli affittuari - è ricordato - ci fu Donna Tana Sorce, esperta in coltivazioni agrarie, che oggi definiremmo una brava «imprenditrice» per i profitti che seppe ricavare. Il principe, per favorire la residenza dei pionieri, nel 1854 fece costruire al centro del feudo «funnachi» e «magazzini», la cui esistenza è testimoniata dai discendenti dei primi abitanti.

Il volume riporta, tra le tante testimonianze, quella della prof. Amelia Giovino che fa una descrizione del borgo d'un tempo, ricordando come «agli inizi del Novecento, poiché le abitazioni si rivelarono insufficienti ad ospitare tutte le famiglie dei contadini che lavoravano nel feudo, su una pianura venne costruita una lunga serie di case tutte uguali». E ancora: «In seguito alla riforma agraria, il feudo fu sottratto al principe Trabia con una notifica di esproprio e le terre, unitamente alle abitazioni, vennero assegnate ai coltivatori diretti che ne divennero i proprietari». «Quasi tutti i residenti del borgo allevavano animali da soma, da lavoro, da latte, da cortile. Regnava un grande fermento di vita che coinvolgeva anche i bambini che, numerosi, frequentavano la scuola e rendevano vivace e ilare l'atmosfera del luogo…». Oggi, «all'allego chiacchiericcio dei residenti si è sostituito un greve silenzio».

La Sorce Cocuzza tratteggia qual'era la vita nel borgo che nel secolo scorso accoglieva circa 500 famiglie, ridottesi oggi a solo una ventina che soggiornano peraltro solo in periodo estivo. Vengono ricordate le varie coltivazioni in tale area, così come le feste e le scampagnate: e a proposito degli svaghi d'un tempo, ecco puntigliosamente riportati i testi della «contradanza siciliana», o degli «stornelli campagnoli». L'attenzione della scrittrice si rivolge poi alle donne «d'u Cienzu, schietti o maritati» («Ciensu» e «Censu» erano altri nomi del feudo) che «accudivano ai lavori di casa, preparavano da mangiare, panificavano, badavano agli animali da cortile, aiutavano a crescere i piccoli di famiglia e alcune collaboravano, per quel che potevano, gli uomini nei lavori dei campi». E qui c'è un contorno di filastrocche dialettali dedicate ai bambini a riportare all'atmosfera di quei tempi, che al contempo «profumano» di rosolio (all'alloro, alla menta, al «basilicò», agli agrumi, alla mandorla, ai fichi d'india), di limoncello, di nocino, e ovviamente di…caffè, quello genuino «di casa».

Dopo aver dato notizie sulla «matriarca» Caterina Ricotta, andata in sposa a Salvatore Aina, uno dei pionieri dell'ex feudo, la Sorce Cocuzza propone il lungo elenco dei «cunti e leggendi di Cinzioti narranti», vale a dire le leggende e le storie fantastiche raccontate dagli anziani d'un tempo ai ragazzini raccolti attorno al braciere nei pomeriggi d'inverno. Dopodiché, ecco menzionati i servizi sociali pubblici e le iniziative commerciali private nel borgo, dalle varie botteghe, alla rivendita di tabacchi, al telefono pubblico, alla scuola elementare, dall'ufficio postale (istituito nel 1920) diretto da Carmelina Mancuso, all'ambulatorio antimalarico, alla caserma dei carabinieri, passando per i tanti mestieri e personaggi all'epoca in auge: il medico don Cataldo Lima, il ciabattino «masciu Peppi Tri Dinari», il veterinario mancato «Zi' Peppi Birrittazza», il cantoniere (il primo fu Vincenzo Minnella), e via discorrendo. Altri riferimenti riguardano la locale chiesa di San Pietro Apostolo, con la parrocchia istituita nel 1957 e affidata a don Giuseppe Mulè, mentre sono ricordate le preghiere «fatte in casa» dai borghigiani.

Seguono il capitolo dedicato alla fauna domestica e selvatica di Polizzello, con i tanti usi legati agli allevamenti, e quello sulla parlata dei borghigiani «cinzioti» (con una «sfilata» di modi di dire), per poi passare al borgo dei tempi attuali.

La parte finale del volume è dedicata al principe Pietro Lanza e Galeotti, fondatore del borgo, e alla sua famiglia. Viene anche ricordato Raimondo Lanza, morto suicida a Roma, la cui tragica fine ispirò la celebre canzone di Domenico Modugno «Vecchio frak». Il testo della Sorce Cocuzza si avvale di rare e interessanti foto d'epoca.